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Certa Shinan, l'ultimo Samurai Occidentale

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certa shinan 6Shinan si riconosce in questa immagine?
NO, sono profondamente italiano e non ho mai cercato di imitare i giapponesi. Mi sono innamorato della cultura tradizionale giapponese all’età di 15 anni attratto dall’aspetto difesa personale e dall’eleganza dei movimenti. Poi negli anni maturando ho cercato di assorbirne i valori fondamentali che, secondo me, sono universali quali: il trasmettere il sapere da una generazione ad un’altra senza interruzioni (ryu), il cercare l’armonia tra mente e corpo, la rustica semplicità, il profondo rispetto per le cose semplici della natura (wabi), una grande sensibilità d’animo anche per le piccole cose (sabi), la transitorietà di tutte le cose (buddismo Zen).

Shinan ci parli un po' di lei, la sua storia di anni passati sui tatami di tutto il mondo.
Farò un breve riassunto perché oltre 40 di pratica nelle arti marziali giapponesi sono troppo lunghi da raccontare e... magari anche un po’ noiosi. Come dicevo ho iniziato a praticare all’età di 15 anni innamorato, come moltissimi altri a quel tempo (1964-1965) del Giappone. Ho iniziato con l’arte dell’aikido che allora era sconosciuta e quindi molto misteriosa (per una ragazzo come ero io). L’anno dopo ho iniziato parallelamente il karate, anch’esso ai primordi in Italia.certaL’aikido lo praticato per 27 anni, mentre il karate per 7 anni. A quel tempo le palestre (anni ’70) erano piene di persone desiderose di imparare una qualunque arte marziale, influenzate dai primi film di kun-fu di Bruce Lee. Così subito dopo la cintura nera mi ritrovai ad insegnare ambedue le arti, in pratica ero un assistente istruttore giovanissimo. Da allora non ho più smesso di insegnare perché nell’insegnamento io trovavo il modo di imparare dai principianti, quindi di approfondire ciò che io amavo, e amo tutt’ora. Altra arte da me studiata per allargare i miei orizzonti (sempre rimanendo nell’ambito nipponico) è stato il kendo, per solo 5 anni. Ma è stato solo nel 1991, anno del mio primo viaggio in Giappone che incontrato l’arte che io cercavo da alcuni decenni: l’aikijujutsu della Scuola Daito. Quest’arte infatti è stata studiata per lungo tempo da O-sensei Ueshiba, creatore dell’aikido. Essa ha mantenuto inalterate le antiche tecniche dei samurai Takeda, le quale certa 2avevano il solo obbiettivo di vincere uno scontro, sia armato che disarmato durante le cruente battaglie contro gli altri clan. Nelle tecniche dell’aikijujutsu ho ritrovato tutta l’efficacia che aveva l’aikido dei primordi. Quando divenni 4° dan di quest’arte iniziai a condurre seminari in varie parti del mondo: dalla Francia all’Inghilterra, dalla Spagna agli USA, e perfino in Russia. Mi chiamavano in tanti, desiderosi di apprendere da una persona qualificata che aveva vissuto lungo tempo ad Abashiri (Nord dell’Hokkaido); ed io accettavo entusiasta di viaggiare e di insegnare fedelmente ciò che avevo appreso. Per questa diffusione dell’arte in occidente ad Abashiri mi diedero la qualifica di Shihan ancor prima del 5° dan (ultimo grado nella Scuola Daito).

 

Qual'è la frase che non dimenticherà mai?
Ma sono tante... forse quella che più di tutte ricordo è quella che in un pomeriggio piovoso Kato sensei mi disse durante una pausa di allenamento in dojo (palestra): ’Antonino ricordati che non è l’arte marziale che crea un uomo, è l’uomo che crea l’arte marziale. Una persona potrà praticare l’aikido o il judo ma mai diventerà Ueshiba oppure Kano (fondatore del judo). Viceversa questi grandi personaggi hanno creato la loro arte marziale. In pratica Kato sensei mi consigliava di concentrarmi più sulle qualità intrinseche ed umane di un praticante di arti marziali (e quindi anche le mie per prima cosa) che sull’insegnamento delle mere tecniche.

 

Lei ha scritto un libro, che è un "cult" per gli amanti delle arti marziali.
Ho scritto il libro Daito-ryu Aikibudo, Storia e Tecnica per condividere con gli atri appassionati l’amore per questa nobile ed antica arte. Il libro vuole essere un’introduzione a quest’arte e non un manuale. Difatti contiene due lunghi capitoli sulla storia dell’aikijujutsu e della famiglia samurai dei Takeda (vi ricordate il film di Akira Kurasawa Kagemusha, l’ombra di un guerriero dove si parla della fine del clan Takeda?). I capitoli centrali descrivono invece la struttura tecnica di questa complessa e completa arte marziale. C’è naturalmente alla fine una carrellata di immagini di alcune tecniche dell’aikijujutsu e del kenjutsu (arte della spada), ma i capitoli iniziali sono i più completi, da qui il fatto che questo libro è letto anche da altri praticanti di altre arti marziali amanti della storia e delle tradizioni nipponiche.

 

certa 3Lei è uno dei pochissimi ad essere ammesso ad imparare al Dojodi Takeda Tokimune ad Abashiri: ci può descrivere le sue sensazioni di allora?
Sono arrivato ad Abashiri, nell'Hokkai­do, nei primi giorni di giugno del 1991 dopo un lungo viaggio; non sapevo parlare l'inglese, né tantomeno il giappo­nese. Avevo portato con me solo alcune cose: 27 anni di aikido, 7 di karate e 5 di kendo; in più conoscevo alla perfezione la vita di O-sensei Ueshiba. Soprattutto, però, avevo una domanda alla quale dovevo rispondere: possibile che l'aikido praticato ai nostri giorni fosse quello creato da Ueshiba? Mi ero accorto che l'aikido stava perdendo la connotazione di un'arte marziale, stava diventato sempre più una ricerca filosofica, un modo di vedere la vita. Ero insoddisfatto del modo in cui avevo praticato l'aikido nell'ultimo decennio: avevo partecipato a numerosi stages con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa: tutti enfatizzavano il solo aspet­to filosofico. Solo alla "fonte" potevo trovare la risposta al mio bisogno. Dopo un viaggio molto lungo e complicato, arrivai ad Abashiri: bussai alla porta del Dai­tokan (il dojo di Tokimune Takeda) mol­to emozionato e pieno di speranze; mi aprì un ragazzo giovane che, gentilmente, ma in maniera decisa, mi sbarrò l'entrata. Naturalmente non capivo nulla di quello che mi diceva, cioè come scoprì in seguito che non potevo entrare se non invitato da un allievo interno (a quel tempo i dojo tradizionali non erano certa 4aperti a tutti, ci voleva un invito di un praticante interno). Appena mo­strai la lettera di presentazione che por­tavo gelosamente con me, mi fece entrare e fui così presentato a Matsuo Sano sensei, allora il più anziano uchi-deshi (allievo interno) del Daitokan ed intimo amico di Takeda Toki­mune (come venni a sapere in seguito). Sano sensei è un uomo di poche parole ma dallo sguardo penetrante e profondo; mi guardò per alcuni istanti che mi sem­brarono lunghissimi, poi mi fece compila­re dei moduli e mi invitò ad assistere alla lezione. Avrei iniziato l'indomani stesso il corso per aspirante istruttore, oltre, na­turalmente, a poter frequentare i corsi aperti a tutti gli altri allievi; Sano sensei mi invitò inoltre, se ne avessi avuto voglia, nel suo dojo per­sonale nella città di Kitami, dove risedeva. Iniziò così il primo periodo, durato tre mesi, di intensi allenamenti che mai potrò dimenticare nella mia esperienza di praticante di arti marziali; Takeda Tokimu­ne appariva nel Daitokan saltuariamente, non stava molto bene in salute, per supervisionare gli insegnamenti, i qua­li erano diretti alternativamente da Mat­suo Sano e Kato Shigemitsu. Sono poi tornato tante altre volte ad Abashiri, ma quelle prime impressioni sono scolpi­te in profondità nella mia mente; nel frat­tempo, nel 1993, Takeda Tokimune, sotto la cui istruzione e supervisione avevo maturato il grado di 1° kyu, era morto. Tutti noi abbiamo nostalgia di Takeda Tokimune, che era un maestro au­stero e molto severo anche in tarda età. Parlava spesso di suo padre Sokaku e di Morihei Ueshiba, ed io durante quei col­loqui, riflettevo su come "il cerchio della mia ricerca alla fonte si stesse per chiu­dere".

 

Per chi volesse approfondire informazioni su quest’arte marziale e sul Maestro Certa vi consigliamo di collegarvi a:

Siti internet: www.daito-ryu.it , oppure www.daito-ryu.com

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